Wonder Woman – la grande madre

L’uscita del film di Wonder Woman ha portato il personaggio ad una nuova universalità, una rinnovata notorietà che le è sempre stata congeniale, perchè personaggi come Wonder Woman non ne esistono.

Chissà cosa ne avrebbe pensato il suo creatore: William Moulton Marston.

marston-wonder-womanWilliam Moulton Marston è tuttora una figura affascinante per gli svariati interessi che portò avanti nel corso della sua vita. Per parlare della sua più celebre creazione, che non è la macchina della verità, si deve innanzitutto partire da lui e dal suo modo eclettico di vedere il mondo. Psicologo laureato in legge , ma dottorato in psicologia (cosa che li pone sempre un paio di passi indietro rispetto alla concorrenza europea), da un punto di vista lavorativo è chiaro afferisse a quella scuola di pensiero assai in voga negli States dagli anni ’20 in poi chiamata Comportamentismo. In breve per i comportamentisti, si elimina tutto ciò che è stimolo endogeno nel comportamento umano e si da importanza ai fattori ambientali come fattori primari nello sviluppo della personalità e nella formazione dell’agire dell’uomo. Non esistono istanze interne, o meglio, non sono misurabili da un punto di vista scientifico e quindi non sono considerate. Negli anni successivi questo modo di vedere il comportamento umano subì notevoli critiche soprattutto per quel che riguarda lo studio delle motivazioni all’azione che comportano un misurabile e chiaro moto interno. Il Comportamentismo era chiaramente uno di quegli indirizzi post-positivisti che dominavano l’inizio del secolo scorso e che ponevano la ripetizione dell’esperimento come chiave nella spiegazione dello scibile. Quello che affascina di più è invece il profilo di una delle creazioni più famose e iconiche del ventesimo secolo: Wonder Woman. La genesi conscia è notoria: Negli anni ’30 e ’40, le grandi aziende di solito chiedevano a personale specializzato un’analisi dei loro prodotti dal punto di vista sociale e psicologico. Marston, fu chiamato ad analizzare i fumetti dalla DC Comics al fine di valutarne potenzialità e mancanze, possibilità e posizionamento. Marston notò la mancanza di eroi donne. Rest is History. La Dc lo incaricò di creare un personaggio supereroe donna e lui si applicò: Wonder Woman.

family-portraitLa cosa che mi affascina è che quando butti fuori qualcosa dalla porta, ti rientra dalla finestra. Infatti ciò che si rifiuta fortemente in realtà attira in maniera inconscia. Gli elementi rifiutati infatti ricompaiono nelle manifestazioni creative degli uomini. Marston era un personaggio sui generis, nel senso che aveva una moglie ed un paio di figli ed una amante ed un paio di figli. Tutti vivevano felici e contenti sotto lo stesso tetto. I figli di secondo letto erano stati riconosciuti e, pare, non ci fossero rivalità tra la moglie convenzionale e quella “di rinforzo”.  Molto spesso gli psicologi riescono a mascherare questi strani incroci come istanze interne da soddisfare; in nome di questo molto spesso si tende a superare quella linea etica che rende il lavoro clinico assai delicato. Freud avrebbe parlato di una relazione controtransferale complicata , ma neanche lui pare fosse esente dal fascino delle pazienti e delle allieve nonostante una visione della funzione comportamentale assai ampia.  Marston, da buon comportamentista avrebbe dovuto rifiutare le cosiddette istanze interne, ma appunto, quello che fai uscire dalla porta rientra dalla finestra. Wonder Woman risente molto delle sue idee, come quella della chiara superiorità della donna sull’uomo (tanto superiore che ne doveva avere almeno due evidentemente), dotate di una intelligenza superiore e di una capacità di adattamento migliore di quelle del maschio.

500-likes-for-wonder-woman-without-her-bra_o_1077200Al di là della notoria genesi del personaggio, però, si nasconde un lato oscuro e più insidioso che porta Wonder Woman ad essere il personaggio femminile più amato dagli uomini. L’uscita del fumetto fu un successo impressionante e nonostante tutte le pieghe prese nelle sue storie, la continuità di vendita ha sempre assicurato all’amazzone un posto di rilevo tra i primi 10 personaggi dei fumetti di tutti i tempi. Si è molto parlato dei presunti messaggi sessuali contenuti all’interno delle pagine dell’eroina, ma quello che sfugge è altro. E’ notoria la polemica tra Marston ed il suo editor per le tante scene modello bondage in cui la fanciulla figlia di Ippolita si trovava. Le scene possono però prestarsi ad una seconda interpretazione. È possibile che tutte le volte che Wonder Woman si trovasse legata come un salame, si volesse far riferimento alla condizione della donna ed alla notoria immagine della femmina incatenata dal maschio che la vuole soggiogare. In evidenza infatti, il lettore non aspetta l’atto di sottomissione, ma la sua liberazione dalle catene oppressive ed il ribaltamento della posizione primaria al fine di ristabilire l’ordine naturale, ovvero, quello in cui la donna è superiore al maschio. Diana infatti si libera sempre dal giogo dell’uomo e ribadisce la sua superiorità. Gli stessi braccialetti, retaggio dell’antica schiavitù al dio Marte, vengono tenuti come simbolo dell’elezione femminile e usati come strumento di difesa che la donna usa contro l’uomo. Ella quindi mostrerebbe il senso di colpa iniziale che l’uomo dovrebbe avere nell’averla soggiogata e come questo si ritorce contro il maschio schiavizzatore.

evolution_wonder_woman_2_by_boybluesdcu-d73uuzsÈ una donna ritrovata, tipica espressione dell’immaginario femminista, che liberatasi dalle mille prove della propria sessualità ne esce come dominatrice. Attenzione anche a questo aspetto. La sua azione dominatrice non si configura solo come una dimostrazione di superiorità fisica, ma anche morale. Wonder Woman, nelle prime apparizioni, non infierisce mai, ma lascia che l’uomo senta la sua superiorità ed accetti il suo essere subalterno e non inferiore. In questo ella dimostra la propria superiorità affettiva che la pone come irraggiungibile. È il superamento della posizione del supereroe classico che pone nel duello la parte centrale del proprio essere: sono superiore perché sono più forte. Wonder Woman invece si fa riconoscere superiore. Ma quale è il metodo che usa l’amazzone per ribadire la propria superiorità. Gli indizi sono nascosti ovunque e non vengono mai sbandierati. La potenza di Wonder Woman è in altro, in ciò che non si vede. I braccialetti sono anche il simbolo dinastico del ricordo della sua sottomissione e della sottomissione di tutto il genere femminile. In questo Diana trova l’umiltà delle sue origini ed il proprio retaggio, al tempo stesso ella è la genesi finale del mondo del femminile, la punta di diamante di una dinastia femminile.

coverlg_homeElla è il prodotto della volontà delle donne ed in essa bilancia quei valori che si attribuiscono al sovrano illuminato, primo fra tutti, la “Pietas”. Diana è il prodotto finale dell’umanità stessa. Ma c’è di più. La maturità fisica, sessuale ed affettiva la pone ad un livello trascendente rispetto agli altri. lo stesso Superman non può essere al suo rango, eppure le viene negata la maternità. Uno degli aspetti fondamentali del Femminile, ovvero la possibilità di essere funzione di conservazione della vita, le viene apparentemente bloccato. Qui l’inganno. Quando Marston crea Wonder Woman non sta solo creando un personaggio iconico nel senso assoluto del termine, ma sta ricreando una forma idealizzata della femminilità Materna: una maternità trascendente tanto quanto quella della Madonna e perciò per definizione, VERGINE. Wonder Woman è in questo l’assoluto rigenerativo che non accadendo mai è sempre pura ed è universale. La tradizione della sacralità della maternità e del segreto della conservazione della vita è ampia e antica quanto la genesi della vita stessa. La tradizione legata al mito della Grande Madre è comune in tutte le culture del mondo tanto da far parte dell’ontogenesi della vita stessa e probabilmente correlata inscindibilmente. Wonder Woman porta con se forti elementi di maternità: al di là del suo atteggiamento sempre estremamente superiore, una manifestazione fondamentale è il suo lazo. Ho sempre pensato fosse uno strumento Bondage, ma a leggere meglio tra le righe si può notare che la funzione primaria non è quella di legare, ma quella di far confessare la verità. In senso stretto esso è il cordone che lega la madre al figlio e con il quale la madre stabilisce un legame simbiotico, affettivo e trascendente rispetto ai sensi che non può essere spezzato e che permette alla madre di conoscere istintivamente i desideri ed i bisogni del bambino. Gli uomini non possono resistere alla potenza di tale arma perché fondamentalmente schiavi della relazione primaria con l’oggetto materno e con le relazioni differenziate che il maternage comprende.

wonder_womanIl lazo ristabilisce una condizione primaria in cui colui che è legato è reso subalterno al desiderio materno ed in esso non può negare se stesso. Wonder Woman, nei suoi aspetti fortemente dominanti,  suscita istanze profonde e fortemente complesse che spesso generano una commistione di pulsioni in cui si mischiano autoerotismo, bisogno di protezione, seduzione e affettività negate ed in cui si possono mascherare i desideri più reconditi tali da rendere il personaggio unico e superiore agli altri. Nessuna altra supereroina ha una dimensione così complessa. È probabile che quando Marston stesso parla di superiorità femminile sta consciamente o inconsciamente parlando di proprie istanze antiche e ambigue in cui poter espletare la propria funzione negata. Sarebbe stato interessante conoscere i rapporti dello psicologo con i propri genitori, soprattutto con il maschile.

imagesWonder Woman pone infatti un vuoto d’analisi, una mancanza di elementi che non può essere ricondotta al personaggio stesso, ma afferisce ad un insieme di significati antichi e complessi in cui ci troviamo tutti profondamente ed intimamente legati. L’alter ego di Diana Prince è il personaggio più complesso e difficile da comprendere perché le istanze che lo compongono fanno riferimento ad Altro ed ogni tipo di comprensione della sua dimensione può essere un tentativo riduzionistico volto a ridurre la ricchezza del prodotto di  William Moulton Marston e quella tradizione di cui facciamo parte, volenti o nolenti, tutti.

Make Mine Marvel

Se vostra moglie ha sposato un accumulatore seriale di pezzi di carta con vignette, rigorosamente spillati, forse e’ bene che ella sappia che un tempo non eravate cosi’. Un tempo eravate spuri e liberi, prima di incontrare ciò’ che vi fece ammalare. Qualcuno lo ricorderà’ quel maledetto giorno in cui un eroe di maschera e carta vi rapi’ cuore e svuoto’ il portafogli. La mia prima volta fu d’estate. C’era solo il gracchiante verso delle cicale. Persistentemente scandiva il primo pomeriggio. Non esistevano le reti private, al massimo due canali Rai. In quel luogo lontano dalla città’ la televisione era a valvole, per accenderla aspettavi almeno 3 minuti: il tempo di riscaldarsi. Voxon in bianco e nero a schermo piatto… 35 anni prima che qualcuno riscoprisse questa novità’. C’era un pulsante ed una manopola. Il pulsante per Rai Uno e la manopola per il resto… Rai due. Ma dai nonni neanche la tv. Neanche quella. E’ il millenovecentoottantadue. Il massimo dl divertimento e’ vedere mia nonna che tira il collo alle galline. Qualcuna sperimenta anche il modello Maria Antonietta. Un colpo d’ascia e via… I polli corrono anche senza testa. Il resto della giornata e’ caldo, afa e campi. Sterminati spazi senza nulla dove il mio spirito ottenne si perde. La polvere delle strade bianche e quella montagna di ghiaia e terra che troneggia a 30 metri da casa. Alle 14 si ferma tutto. Se sei in Italia ed e’ estate, il tempo si ferma almeno fino alle 15.30. E’ la siesta. I bimbi vengono costretti alla nanna per il relax degli adulti. Ma io no. Ho fama di essere buono posso scorrazzare purché rimanga in casa e non scassi. La casa e’ enorme. Tre piani. Il piano terra e’ vietato, la sterminata mansarda e’ solitaria, rimane solo il piano di quello che oggi chiamano living. C’e’ un calderone di rame. Enorme. E’ sollevato da terra da un treppiedi. Dentro ci sono una marea di riviste. Postalmarket tornerà utile anni dopo, ma ora ho 8 anni. Gia mi basta la fase anale. Scarto i modelli di vestiti, i giornali di gossip e la settimana enigmistica. C’e’ una raccolta “thor e capitan america”. Botta! Non e’ una semplice raccolta, ma un ciclo di tre storie di Capitan America scritto e disegnato da Kirby. Ma all’epoca non lo sapevo. Quel tratto e’ ancora rimasto nel mio cuore come il tratto del fumetto, lo “stupor dei” di un bambino che si ritrova spaventato in qualcosa che lo avvolge.. E mi trovai estraniato. A completare il tutto una storia dei Campioni: Ghost Rider, Angelo, Iceman, vedova nera ed Ercole. In un mare di noia e silenzio e’ il santo Graal ed io sono Indiana Jones che ha trovato il calice. Tuffo sul divano e silenzio: The King Kirby racconta.
Neanche Taron nella pentola magica . Negli anni avro’ letto quel fumetto almeno 1000 volte. Ma la cosa incredibile non era questa. Per sorte o per fortuna le ultime pagine di quel fumetto erano strappate. Il sospetto e’ che fossero servite in precedenza per accendere il camino (riscaldamenti a gas? Non scherziamo… Caldaia a legna e va da signori). Per anni non seppi come era finita l’avventura di Cap, ne come i Campioni avessero battuto Il super cattivo di turno. Per anni avevo letto quelle storie senza avere una conclusione e nonostante cio’ non riuscivo a smettere di farlo: Leggere e chiedermi cosa fosse accaduto. Sembra una operazione frustrante, eppure non potevo fare altro. Alla fine di quelle pagine potevo solo immaginare cosa fosse accaduto. Col passare del tempo quell’albo si perse. Per anni immaginai, spesi idee in vignette che forse non erano mai state scritte o disegnate, ogni volta cambiavo il finale, lo ricostruivo, ne davo una versione diversa. Almeno 20 anni dopo, recuperai gli albi in questione, profondamente malato di albi a vignette. Leggere la fine non porto’ soddisfazioni eccessive. Ma lo “stupor” dell’ottenne rimase nonostante avessi dato compimento all’opera: questo succede ogni santa volta che riapro quelle pagine. Ogni santa volta, anche oggi che ho superato abbondantemente i 40 anni. Per anni questa sensazione mi ha circondato e insidiato, senza capire bene il perche’. Poi ho capito. Si riassume tutto in una frase di Stan Lee: “make mine Marvel”. Per me oggi suona come “ fai mia la meraviglia” ovvero quello Stupor che si rinnova ancora oggi, da adulto. In un mondo che mostra tutto e condivide ogni cosa, i super eroi di carta sanno ridarmi il senso della meraviglia, il senso dell’inesplorato e della ricerca, della scoperta e quel vago senso estraniante dell’ignoto, della terribile e strana sensazione dell’insicurezza. In un mondo che sa tutto, Kirby mi restituisce sentimenti antichi, seppelliti sotto il mio cinismo adulto. Per questo non amo gli autori di oggi. Non esiste la meraviglia e non esiste il modo per restituirmi quella candida innocenza di qualcosa che guardava le stelle e non poneva limite al bizzarro. “Make mine Marvel”. E’ tutto li’, tra i tratti sbiaditi di storie complessivamente semplici e tremendamente ingegnose. Lontane dalle scuole che ti insegnano a scrivere o a disegnare, lontane di tecnicismi e realismi scientifici, lontane dalle analisi e dai commenti sagaci e competenti, i supereroi mi regalano uno spazio in cui immaginare quelle pagine che nessuno scrivera’ mai, quelle vignette puramente mie che furono immaginate in uno spazio infinito desiderato e vagheggiato da un bambino che non trova piu ‘ spazio nelle mie giornate. Attraverso quei graffi sulla carta mi riapproprio della mia fantasia e del potere di immaginare cio’che non esiste e quando qualcuno mi chiede a cosa serve, l’unica cosa che mi viene da rispondere e’ : “make mine marvel”, come fai a vivere senza?

Mi hanno stuprato Cap….

Oggi ne siamo finalmente usciti. Quindi se ne può parlare tranquillamente. È un mondo di spoiler in cui leggere una storia o vedere un film è una sorpresa a metà; oggi noi cerchiamo la conferma alle inferenze che si fanno sul trailer o sulle rivelazioni di mezzi scrittori e pieni registi, sceneggiatori insoddisfatti e superstars delle tavole da disegno auto definiti tali da se stessi.

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Ma non è stato sempre così.

Mettendo apposto la mia collezione, mi è capitato in mano il numero uno di Star Magazine e poi di Marvel Magazine e di Wiz… soprattutto per Star Magazine mi sono venute in mente strane sensazioni di scoperta ed incertezza. In quei magazine, così sfacciatamente ispirati all’Eternauta, c’era il gusto degli States (in campo fumettistico) che non conoscevi. Non avevamo internet e l’America era assai lontana, più di quello di cui si possa immaginare. Per cui niente spoiler, ma solo echi lontani di qualcosa che sarebbe arrivata. Per il primo Batman fu così. Come anni prima per il primo Superman. Parte del fascino del Ritorno dello Jedi, al di là del vero valore del film, era nel non sapere nulla oltre al titolo. Te lo godevi il doppio anche se faceva schifo. E non faceva schifo.

Questo è un evento mediatico.

Su Star Magazine si poteva respirare l’ultimo anelito di quell’epoca. Ma la differenza era nella scoperta delle storie che ci trovavi dentro: erano quelle che a volte erano un contorno, a volte quell’anello mancante che dava senso alla continuità. Ma è difficile da spiegare. Soprattutto l’assenza di continuità continua… vista la pubblicazione del materiale da parte di piu’ case editrici che non permetteva una lettura lineare, ma una specie di gioco al preview.

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Leggere “massacro mutante” ad esempio fu un incubo. Metà su X-Men della Star Comics e metà su X-Marvel della Play Press… peccato che tra la pubblicazione dell’uno e dell’altro passarono 6 mesi. Ma che soddisfazione leggere quando i due gruppi, x-Factor e gli X-Men si sfiorano. Leggere la stessa storia da due punti di vista diversi… in tempi diversi. Solo a migliaia di km dalle coste degli States…

Per cui ho l’impressione che dalla morte di superman anche il concetto di evento abbia perso parte del presupposto misterioso. Forse è un bene.

Ho smesso di leggere supereroi nel 2001, subito dopo l’11 settembre.  Proprio perché le rivoluzioni venivano annunciate. Ho ripreso qualche anno fa attraverso le raccolte uscite. Ho letto quello che hanno fatto dal 2002 al 2011 circa. Devo dire che ho letto buone saghe. Ho pensato che fosse un modo adeguato di trattare personaggi che non invecchiano mai. Ma col tempo è stato inevitabile confrontarli con quello che avevo letto in passato.

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Ho rivisto il ciclo di Claremont degli Xmen (qualcosa che non riesci a spiegare per dimensioni e qualità a chi non c’era) o altre saghe mai concluse che promettevano un gran bene ( i Nightstalker ad esempio, o il ciclo degli Avengers di Harras), ho notato che venivano ristampate le saghe di DeMatteis. Ho visto scambiare quel polpettone di “Torment” per un capolavoro senza valutare quanto Michielin aveva fatto per dare un senso alla carica cinetica di McFarlane. E poi la dimenticata She Hulk di Byrne. E qualsiasi cosa Peter David abbia scritto. Il Thor di Warren Ellis. Ho rivisto il Devil di Ann Nocenti. Iron Man nella guerra delle armature, sempre citata. Excalibur di Alan Davis? Non erano eventi e non avevano spoiler.

 

Nel loro silenzio costruivano qualcosa che ha cambiato il modo di leggere a stelle ed a strisce. Erano drammaticamente silenziose. Che Grant Morrison o Garth Ennis siano stati una eccezione tollerata stile metà anni ’90, era la regola. La loro eccezionalità era nello riscrivere le regole del medium. Ambedue allungano l’idea del fumetto e lo proiettano in una dimensione esterna alla pagina stessa. I loro personaggi escono letteralmente dalle tavole (nulla chedaredevil_nocenti non avesse già pensato Alan Moore prima di parlare direttamente per bocca di Dio). Alla fine non ho potuto che confrontare queste storie con quelle di Millar ad esempio, o il tanto citato Brubaker o la roba di Bendis o di Aaron, insomma mi è venuto spontaneo il confronto con il cosiddetto periodo “potere agli autori”. Il periodo in cui la fantasia (così dicono) è andata al potere.

La parola che mi è venuta in mente è “stupro”.  Un autentico gangbang anale subìto da ogni supereroe al grido di “realismo, realismo, realismo, glielo faremo sanguinare”.

Garth Ennis era superato.

Nessuno si è salvato dal controtransfert 11 settembre, la più grande opera di elaborazione del lutto mancato da parte di un popolo. Ogni marchetta un evento, ogni evento una guerra, ogni gucccccerra decine di morti e punti di non ritorno, il clichè del colpo di scena ad impronta necromaniaca. Un autentica vendetta su quei personaggi che non hanno saputo rispondere alle esigenze del terzo millennio, alla guerra a tutti i costi, al dolore perché è bello, alla spinta del male oscuro e della fantomatica crisi, la depressione.

Una vendetta chiara e precisa che ha terremotato tutti, facendo precipitare degli dei nella spazzatura con le braghe abbassate. Lasciandoli bollire volutamente, macerare lenti nell’umiliazione. Barbariche grida di vendetta per chi non ha capito il nuovo mondo, quello corto, quello che si gira da casa a colpi di click e mi piace.

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Non mi stupisce che sia gente cresciuta con pane e fumetti, pensando che abbandonare la meraviglia e sostituirla con fiotti di sangue e nastri d’argento fosse il modo per rivitalizzare qualcosa che a volte poteva essere abbandonato.

Alla fine hanno aggiunto volgarità alla purezza.

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Non meravigli, senza più la meraviglia, che oggi il nuovo clichè sia minoranze e omosessuali ovunque e che i personaggi di oggi si rivolgano al pubblico con quell’irritante gergo da fighetto che li fa essere così smart e falsamente scorretti politicamente ( tant’è che alla fine chi per tutta la vita è stato il vero scorretto politicamente lo fanno crepare… povero Logan).

Dopo lo stupro, sono finite le idee. Ogni supereroe è divenuto un vuoto che viene rianimato da una filmografia crescente, il medium supremo che invece in controtendenza, attraverso il controllo dell’impulso creativo ed il bilanciamento del prodotto ha restituito le idee al pubblico: eroi studiati e concertati, bilanciati, mai oltre le righe anche quando vanno oltre. Se l’industria cinematografica fa milioni di dollari con le calzamaglie è perché i suoi eroi somigliano più a quelli degli anni ’80 o ’90 nelle loro motivazioni che a quelli violentati degli ultimi 10 anni.

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Ogni saga viene presa ed edulcorata sapientemente, pulita dal vuoto realismo e restituita alla meraviglia che rende Iron Man immortale o Thor un dio umano. E che vi piaccia o no questo ha creato nuovi milioni di fan. MILIONI. Perché alla fine, in fondo, CAP non spara e non uccide perché è uno stramaledettissimo SUPEREROE.

 

Fabrizio Mignacca Per pagare il mutuo, fa lo psicologo-psicoterapeuta con indirizzo gestalt analitico, consulente di tribunale ,collabora con alcuni settimanali nazionali , saggista, ma soprattutto fumettaro e quando il governo deciderà di pagarlo per questo smetterà di fare le altre cose.

Io amo il Natale

La verità è che mi piace sognare. È l’unica cosa che mi ha sempre accompagnato. Sono grandi sogni e sterminate ambizioni, lucide follie. È per questo che quando finisce il Natale mi dispiace. Mi piace il Natale e mi è sempre piaciuto. Mi piace perché è un appuntamento fisso, perché è la festa della famiglia e dei bambini, mi piace perché riesco a scollarmi quel cinismo di cui sono permeato tutto l’anno, la vuota cattiveria creata dalla somma dei calci in bocca che ho preso nella vita, la somma che chiamano esperienza.

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Mi piace il natale perché è come l’acqua raggia, è un momento in cui posso incontrare e rincontrare coloro che mi posso permettere senza dover scommettere su di me. Magari incontro anche chi non vorrei, ma per fortuna spesso ne riesco a fare a meno. Ma alla fine è Natale e scollarmi tutta quella corazza che mi sono abilmente messo per limitare il mio bisogno di amare. Natale mi permette di amare senza bisogno di grandi dimostrazioni o slanci, semplicemente stando accanto a chi è ora con me e chi lo è stato in passato. Natale è quella linea di continuità che trascendendo da me parla anche di me. Certo nel tempo qualcuno si è perso. Il Natale è come l’acqua raggia, scolla tutto a costo di lasciare il buco, ed il vestito ogni anno più liso, fa vedere i suoi buchi. Essendo il Natale, l’elemento costante del divenire occidentale, esso mi ripropone infatti anche il vuoto. Il vuoto della sedia di chi non c’è più. E nella mia continuità di bambino, ragazzo, adulto questo manca, è assente e per quanto me ne capaciti e faccio spallucce, il dolore c’è. È un rimpianto, un divenire spezzato di cui non ho accettato la trasformazione. Ma queste sono solo parole e per quanto possano essere argute non possono raccontare il buco, il sentimento, quello che è divenuto parte della cosiddetta maturità. Il Natale è una festa difficile perché è immutabile e ci presenta il conto dei nostri cambiamenti, soprattutto quelli di cui non ci rendiamo conto. Vedo molte persone rimpiangere le persone care che sono scomparse, illuminare le loro parole con una melanconia che con il passare degli anni prende forma solo il 24 dicembre sera, magari il 25: la sera più difficile dell’anno. Natale è lo specchio dell’ascensore quando si esce di casa la mattina.

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Per quanto ci si provi a mettere a posto, c’è sempre qualcosa che non va. Capisco le persone che trattano il Natale con essere schivo, quasi disinteressato perché ho l’impressione che siano coloro che hanno amato troppo ed hanno la sensazione di aver perduto. Quasi una forma adolescenziale di rifiuto nell’epoca in cui il sentimento viene vissuto in maniera dicotomica. Il Natale è quasi un dramma esistenziale perché nella sua esistenza propone lo svolgimento ed il passaggio di forma e contenuto, ovvero il divenire delle cose (il dramma) , e la ridefinizione di se stesso come esistenza. Ed allora questo continuo divenire diventa: “ il tempo che passa”, inevitabile, inaccettabile, alieno. Troppo forte da sperimentare, commovente e pesante da vivere. Anni fa provarono a spiegarmi che la vita è trasformazione e che a tutto parte del gioco, che non si possono fare le frittate se non si rompono le uova e che le lacrime ci sono permesse. Quasi come se tutto girasse intorno ad una forma estrema di accettazione apocalittica secondo la quale in fondo si riceve quanto dato e anche nelle tragedie più ci si svuota le tasche meglio è. Una sorta di filosofia orientaleggiante con tutta una serie di buone intenzioni e strutture metodiche in cui alla fine la vita è una lieve depressione. A parte che io sono pienamente occidentale e che l’oriente è ad oriente e ci sarà un perché( perché alla fine sono così saggi, ma hanno tassi di suicidio giganteschi), io voglio ancora diventare uno Jedi. Voglio volare su una astronave e mettermi un’armatura da Iron Man, voglio credere ai vulcaniani ed alle macchine volanti.

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Voglio credere che se io non riuscirò a fare queste cose, almeno le possa fare mia figlia, che crede a Babbo Natale e il 24 sera ha tremato che non arrivasse. Scoprire la fascinazione dei sogni nei suoi occhi e ricordarmi che erano i miei e che finchè li condivido essi mi permettono di amare perché smacchiano il cinismo e la corazza ed alleviano i dolori alle gengive portati dai calci che ricevo in bocca, ogni santo giorno, che taluni chiamano esperienza. A Natale faccio a meno dell’esperienza e spero che ogni anno arrivi babbo natale come lo spera quel bambino che ad Aleppo la sera sente le bombe dei cosiddetti amici e dei nemici che esplodono e che ha smesso a Natale di chiedere la pace, che tanto non arriva. Lui quest’anno ha chiesto Spiderman ed un Xbox.   L’insieme di calci che chiamano esperienza. A 7 anni. Se lui che ha tanta esperienza di morte e disperazione crede in Spiderman chi sono io per contrariarlo? Almeno Spiderman c’è.

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Ed è questo che alla fine, nonostante i vuoti e le trasformazioni, le persone che sono andate ed i tanti lutti, le vuote illusioni e tutti i cinismi, i metodi per trovare la felicità, i vati i profeti, il bambinello e l’asinello, l’arcangelo che si ricorda di venire in terra e questo Cristo che presto si immolerà, amo il Natale. Amo il Natale perché mi permette di sognare, mi permette quello spazio in cui posso permettermi di amare e soprattutto, mi ricorda che per quanto dolore io abbia ancora dentro, so ancora amare. Mi stupisco. Mi meraviglio aspettando Babbo Natale che fa felici le persone ed in nome del quale le persone fanno felici i bambini. Perché loro condividano i loro grandi sogni in cui non ci sono Signori o vati, dei in terra e religioni, fanatismi e populismi. Io amo il Natale e credo in Babbo Natale e Spiderman, Perché come diceva quel trombone di Popper “ i nostri sogni e desideri cambiano il mondo”, che per dire quello che aveva da dire, molto deve aver amato e molto condiviso.

Fabrizio Mignacca Per pagare il mutuo, fa lo psicologo psicoterapeuta con indirizzo gestalt analitico, consulente di tribunale ,collabora con alcuni settimanali nazionali , saggista, ma soprattutto fumettaro e quando il governo deciderà di pagarlo per questo smetterà di fare le altre cose.

Collezionismo e Fumettismo

Lo ammetto, sono un collezionista cronico. Maniacale. Metodico. Nel corso degli anni tale forma di collezionismo si è modificata, ma qualcosa è rimasta sempre la stessa. Per 30 anni ho collezionato fumetti, imbustandoli dopo averli delicatamente letti( circa 40.000 pezzi soprattutto con supereroi). Collezionavo Action Figures sempre ispirate ai supereroi, serie della toy biz, che in tempi di frontiere facevo venire direttamente dagli States (circa 1000 pezzi solo Toy Biz, più altri 400 di altre serie). Colleziono oggetti ispirati a rinoceronti (centinaia di pezzi tra cui parecchi rarissimi). Sono malato. Oggi non resisto ai lego superheroes, serie Marvel. Nel tempo si è trasformata, ma non posso negare di essere malato di collezionismo.

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Galleria di 30 anni di ossessioni

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Conosco bene la compulsività del bisogno e nel tempo ho dovuto applicare una regola senza però negare la spinta alla conservazione di materiale che la maggior parte del mondo ritiene essere non importante. Ma ognuno ha la sua: c’è chi va a mignotte, c’è chi si sfonda, io colleziono supereroi. La mia debolezza la metto in mostra, non mi piace nasconderla. Di solito sospetto di chi dice di non avere manie. Mi spaventano. Solo i morti non si ammalano.

“noi non abbiamo problemi”

Ad ogni modo chiunque veda una delle mie collezioni esprime sempre lo stesso concetto dopo aver letteralmente strabuzzato gli occhi. SEMPRE LO STESSO: “chissà quanto ci guadagni se la vendi”. SEMPRE. Regolare come la morte. La risposta è: “ho messo anni a tirarla su, mi piace, perché la devo vendere?” e poi, “sinceramente non vale quello che uno pensa”. Penso che queste due espressioni racchiudano la mia visione del collezionismo. Ed infatti funziona.

Contando che facendo lo psicologo e essendo specializzato psicoterapeuta (che di solito prevede di effettuare almeno 4 anni di psicoterapia come pazienti) su questa “robina” ci ho “lavorato” (termine tecnico) parecchio. Specialmente sulla proiezione di stati interni su oggetti totem di natura infantile come processo di svincolo mancato e blah,blah,blah,blah.

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Ogni collezionista consapevole contratta con la propria mania.  L’essenza del collezionismo si riassume in due concetti:

  • Me lo sono scelto e anche questo sono io.
  • Perché devo vendere ciò che sento essere parte di me (se mai lo posso condividere).

A queste due affermazioni possono corrispondere le collezioni più varie.

Per quanto riguarda il primo punto lo esauriamo in un rigo: garba ricordare infatti che può cambiare la collezione, ma il bisogno di collezionare rimane (Me lo sono scelto e anche questo sono io).

Il secondo punto è più controverso:

Non riesco a capire esattamente la domanda  “Secondo voi quanto vale?” che  è la frase che oggi sembra aver sostituito la domanda apocalittica “è più forte Hulk o la Cosa?”. La domanda fa il paro con “chissà quanto ci guadagni se vendi la collezione”.

hulk e cosa

Immagino che ciò che partorisca una simile richiesta sia motivata da tanti fattori, ma spesso mi chiedo se questa domanda si applica solo al mondo del fumetto. Il fumetto è un genere tra l’illustrazione e i libri. Essendo per lo più una forma d’arte a grande distribuzione, le copie stampate di un fumetto sono sempre in buon numero (a parte casi assai rari), il valore, quindi, di un fumetto varia poco rispetto ad altre forme di collezionismo. Anche le edizioni da collezione hanno sempre un valore relativo, quelle con le famose variant cover.

La sola da 1 milione di copie

La sola da 1 milione di copie

Xmenjimlee

La cover che si apriva….

È importante ricordare il fenomeno speculativo metà degli anni ’90 sui comics Marvel: vendite oltre il milione di copie di specifici fumetti con le famose variant. In particolare quella della nuova testata degli x-men era un vero e proprio collage una cover singola, in più c’era quella completa che si apriva. Io naturalmente le ho comprate tutte. Erano 5 se non sbaglio. Collezionismo. Oggi quanto vale? Te le tirano dietro. Così per il famoso Spawn n° 1 originale. Il valore in realtà oggi non è così alto come si poteva pensare. In proporzione valeva più all’epoca che ora.

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Il valore di un fumetto è pari al livello che ci puoi fare speculando su di esso. Non basta una tiratura bassa o alta, o la qualità di conservazione, ma il valore di richiesta del fumetto stesso. La richiesta fa il mercato. L’acquirente giusto aumenta il valore speculativo del prodotto. Io ero l’acquirente giusto. Niente leggi economiche, solo pura esperienza.

Un fumetto non ha nessun reale valore se non ha richiesta, mentre altri generi mantengono un loro valore.  Action Comics N° 1, di cui si conoscono solo 5 copie Near Mint, è l’eccezione, ma scordatevi che qualcuno pagherebbe 3,2 milioni di dollari per il vostro Tex N°1. Anzi, probabilmente in Italia la valutazione verrebbe fatta su tutta la serie fino ad un certo numero e venduta solo in blocco ad un prezzo che non rispecchierebbe quello di un ipotetico mercato. “quanto vale questo fumetto?”, risposta: “un Ca…o rispetto a quello che pensi”.

Per stimare un fumetto, 20 anni fa, c’era un preziario preciso (per i comics USA) che veniva pubblicato su Wizard, poi c’era una edizione semestrale di un’altra rivista molto più completa. In Italia ne usci uno verso la fine degli anni ’90, ma non fu mai realmente un riferimento proprio perché il mondo del collezionismo in Italia è estremamente diverso. Oggi per stimare il prezzo di un fumetto si va su EBAY o AMAZON senza ammazzarsi di fatica.

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Dai clicca e smettila di angustiarti!

Detto questo: ogni fumetto, più di ogni libro, ha un suo momento preciso che no parla solo della storia che racconta, ma per proprietà intrinseche al medium, è un attimo, un momento preciso in cui lo leggete, una breve parentesi che racconta di un vostro attimo in continuità con qualcosa che avevate quando eravate piccoli. Probabilmente è qualcosa che indirettamente vi ha trasmesso qualcuno. Racconta di questo rapporto. Della sua continuità. Più di un libro, un fumetto ha un valore emotivo preciso perché racconta di un arco temporale breve. Ed è questo che spesso spinge a collezionarli. Quel vago tentativo che Faust provò a fare bloccando l’attimo perché “è bello”.

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Anche se Faust non è riuscito nell’impresa, allora lasciateci il gusto di ricordare e trasmettere condividendo, anche solo parlando della nostra collezione. Che prezzo non ha.

Fumetto e pranzetto, villeggiante perfetto.

Ed un altro pezzo di infanzia se ne va. Il tempo della vacanza è un continuo confronto con quando ti sparavi tre mesi tra casa dei nonni in campagna/mare e improbabili colonie estive ad impronta sportiva. La mia vita tra Santa Marinella (non mi che non mi ingannella) e Introdacqua, piccola e isolata, ma non troppo (volutamente) realtà comunale sdraiata a valle tra due montagne abruzzesi. Da romano, abituato al casino organizzato, catapultato in una villetta isolata dal mondo. Nelle orecchie dei lunghi pomeriggi a 40 all’ombra, odo risuonare il gracchiante rumore di quelle cicale che la lezione dalla formica non l’hanno mai imparata. 

  
Non raggiungo i 10 anni, sono italiano e se sono le due di pomeriggio, nel torrido luglio, tutti quelli che superano i 25 sono in fase rem. Coi nonni si mangia alle 12 se si è fatto tardi, se va male ci scappa la colazione dei campioni alle 11.30 a base di fettuccine e ragù stile mappazza, fettina ai ferri (perché devi stare leggero dopo le bestemmie che lo stomaco emette per digerire quella colla rossa di sugo e carne), pomodoro caldo di sole del campo tagliato come neanche jack lo squartatore. La colazione dei campioni… Pranzo per gli over 70 dell’epoca. Ruggenti anni 80. Ma alle 14 è Morfeo a dominare. Tutti sul letto. 

  
Anche io che non ho mai sopportato la siesta. Se sono dai nonni paterni, scatta la caccia al fumetto marvel corno. I luoghi dove trovare gli acquisti dei cuginastri lasciati alla mercé del piccolo di casa: calderone gigantesco pieno di riviste tra cui qualche postalmarket (che tornerà utile in adolescenza, ma ora totalmente out) e raccoltone stile mammuth. Ci puoi trovare anche qualche maledettissimo Alan Ford a firma Magnus, ma per ora me ne sbatto ampiamente. Vai giù di supereroi prima che nonna li butti nel suo furore da casalinga vecchio stampo ,quella del “se non metti a posto faccio un sacco e regalo tutto ai poveri” e lo faceva: io li odiavo ‘sti maledetti poveri che non avevano i soldi per mangiare , ma che si godevano il mio cap gigante regalato da Zorro Nonna…

Se stavo dai nonni materni niente supereroi, trattati più o meno come fumetti porno. Se stavo dai nonni materni a Santa Marinella, col mare e l’ombrellone e Giuny Russo sparato stile Marrs , pump up the volume (se non sapete chi sono forse avete sbagliato a nascere), allora martedì grasso. Se stavo dai nonni materni e erano gli anni 80, la prima metà, al mare, con la succitata Russo e gli ombrelloni, mi sto polverizzando le noci perché mi sono sparato l’unico bagnetto che mi è permesso, mi hanno rifilato una bombazza alla crema (bombolone da Firenze in su) , per farmi rassegnare al fatto che non toccherò più acqua del mare perché, si sa, non si fa il bagno dopo mangiato (non avendo ancora l’eta’ e la cognizione scientifica per smentire questa colossale cazzata), allora l’unica salvezza era il maledettissimo martedì. 

Regolare come la Tasi,cascasse il cielo, venisse il messia, nonno, che di sfiga ne aveva vista, si sfilava 900 lire dal portafoglio, ed in edicola, accanto al Giornale, diretto da Montanelli, affiancava niente popodimenoche “topolino”. Ogni settimana, estate o non, arrivava topolino. Ma d’estate arrivava in diretta ( in realtà nonno, che di sfiga ne aveva vista, d’inverno aveva la norma di leggerselo prima, per cui il martedì si spostava di giovedì, tempo di fare quei tre piani del palazzo che ci separavano), e me lo potevo ciucciare, manco fosse un calippo ( che all’epoca non era stata ancora inventato nella linea Eldorado) . Tre storie: una d’apertura, la migliore, graffiata dalle linee di Scarpa, Bottaro, Cavazzano, Carpi, Rota, una di mezzo, e quella finale. 

In mezzo un mucchio di pubblicità e qualche rubrica di tendenza che guardavo con malcelata invidia. Non mi fraintendete, all’epoca la pubblicità valeva per me tanto quanto il fumetto: i micronauti, la freedom force, big jim, è più avanti i masters o i trasformers (solo il computer poteva creare, autorobot trasformers), le bellissime mangia strada herbert, e un mondo di roba che apriva alla società del consumo. 

   
 Di fianco la costoletta gialla diceva “mondadori” e Silvio ancora costruiva Milano due. Le storie di Topolino non erano storie soltanto, erano eventi in cui potevi partecipare per la prima volta. Chi non ricorda la storia in due parti, di Qui Quo e Qua con le gare di Bmx? Ogni settimana si entrava in un mondo che oggi chiamiamo stile disney, ma che ci ha cresciuto svincolando l’infanzia da quel provincialismo autarchico, in cui il consumo e’ solo spreco ed il decoro è il senso del non desiderare, dell’accontentarsi.

  
 Con topolino non avevi solo una bella razzione di fumetto fatto da grandi esponenti, ma un mondo, una società, una idea di vivere il tempo e la necessità di crescere ed evolversi. Ed è forse per questo che nonno, che di sfiga ne aveva vista, lo comprava per me. Perché nella vita c’e’ anche altro, al di là delle convenzioni e delle costrizioni anche necessarie di una società civile. C’è il consumo e lo shopping, il papero proletario ed il topo borghese, costume e società, leggerezza e divertimento. 

  
Questo è Disney, non necessariamente quel fascista di Walt. L’idea che l’intrattenimento è roba seria, e che far crescere milioni di ragazzi con l’idea che c’è spazio per tutto purché lo si sappia organizzare, non può essere una pratica improvvisata o una realtà esente da critiche. Ed è una responsabilità trasmetterlo. Come mi ha insegnato mio nonno affiancando al suo Giornale, diretto dal sommo Indro, a una rivista per bambini, o mio padre che dalle 18.30 si toglieva la cravatta e battagliava a soldatini con me,oggi che la responsabilità è di chi ama il fumetto, ed in generale conosce la difficoltà di prendersi un attimo, e sa che non ci sono più tre mesi di vacanza, ne la bomba/bombolone al gusto di sabbia dopo l’unico maledetto bagnetto, ne armadi abbastanza capienti per contenere collezioni morte di carta, o amarcord del razzo stile “si stava bene quando si stava peggio” .

 Oggi più che mai, cresciuti agli albori del consumismo, condividere non vuol dire soltanto schiacciare una icona di fb, o tenersi i propri tesori stile smiggle. Oggi condividere vuol dire assumersi la responsabilità di insegnare a creare spazio ed a difenderlo, sapendo che c’è un inizio ed una fine a tutto, che il tempo passa per tutti e che i ricordi si ricordano e basta.

  
In conclusione dalla spiaggia, con una bottiglia dì the ed un bicchiere di plastica, dopo aver mangiato… Mi faccio il bagnetto( il terzo della giornata) , e poi si legge topolino .

Omosessualità e maschere

quando si dice “non voglio fare polemica” in realta’ si vuole creare il polverone. In tempi di grillismi si riesce a far polemica su qualunque cosa. È lo stile del complottismo totale che ha creato i propri paladini dell’ovvio. 

Quando la società scopre l’ovvio e trova il mezzo per diffonderlo si sdogana anche il decoro. Il web è una sorta di voce democratica in cui anche il più improbabile trova la possibilità di espressione delle opinioni. 

Per cui ognuno oggi ha in suo spazio. Attraverso categorie di giudizio dicotomiche si sdogana il senso del limite: Renzi no, Monti no, politici no, bambini si, violenza no (salvo poi commentare e argomentare in maniera violenta), sesso si , ma in silenzio, razzismo no, barconi chi se ne frega, immigrati no, gay si. Il no o il si vengono argomentati con serie di epiteti poco ripetibili.  

 

 Intanto appare chiaro che sia una minoranza che argomenta e che il resto si limiti nella maggioranza dei casi a schiacciare la propria approvazione. Ora, tra gli argomenti dibattuti c’è quello dell’ omosessualità. 

La cosa che non mi è chiara però è il rapporto tra identità di genere e fumetti. Da un lato la questione della parità di diritti è da decine di anni in discussione attraverso i media. Basti pensare al geniale “il vizietto” che viene messo in pellicola gia nella seconda metà degli anni 70, frutto di un percorso controculturale diffuso in tutto il mondo. 

 Senza poi parlare della letteratura o della musica classica che ha sempre avuto esponenti geniali nella omosessualità. Il fumetto, come forma espressiva ne risultava fuori, benché, soprattutto in Europa erano presenti molti personaggi di orientamento sessuale omo e in giappone ci fossero comunque notevoli esempi soprattutto di natura saffica, la problematica non aveva mai raggiunto la sua definitiva maturità. In questo campo l’impressione è che sia il mercato di massa ad orientare la discussione e che il mercato sia soprattutto, a livello di tendenza più che di dati di vendita, negli Stati Uniti. 

  

Ma la verità è un’altra: controversy creates cash. Non sempre ma questo è lo stile. Far parlare di se. Se poi c’è un reale ritorno non importa, basta che se ne parli. Per cui inserire una serie di personaggi, gia velatamente omosex, e dichiararli tali, attraverso outing piu  o meno credibili è norma. Fino ad arrivare là ove nessun editor è mai giunto prima, una copertina. Permettetemi però un dubbio. Se gia il dsm, manuale dei disturbi mentali, gia nella sua terza edizione a inizio anni 80 aveva tolto l’omosessualità dalle malattie mentali e l’aveva trasformata nella più sfumato disturbo di identità di genere. La V edizione ha finalmente chiarito che non può esistere un disturbo di identità di genere , ma una disforia di genere. Ovvero se il disagio percepito comprende anche l’accettazione del proprio orientamento sessuale allora c’è un problema, se no niente. 

  

La concezione insomma, da un punto di vista scientifico , si è evoluta costantemente, come la sua rappresentazione negli altri media, nel fumetto abbiamo una trasformazione improvvisa….. Fioriscono gay in tutina. Il tutto ha un sapore vagamente sospetto soprattutto alla luce della storica vicenda Claremont. Per chi non la conoscesse, la ricordo. Si dice che uno dei più importanti motivi dell’ abbandono da parte di Chris Claremont della sceneggiatura degli Xmen fu il disaccordo nato in seguito alla mancanza di concordanza tra lui e l’allora editor delle testate su un particolare narrativo. Oggi Mystica è chiaramente bisessuale. Ma la bisessualità mi convince sempre poco e mi è sempre risultata un escamotage sessista per fare accettare il personaggio in un lato perverso e ambiguo. Mystica, per Claremont era il genitore di nightcrawler. Ma non la madre, bensì il padre. Questo avrebbe reso mystica, nei primi anni 90 il primo e proprio supereroe gay con figli. Roba che neanche oggi rispetto alla problematica delle adozioni si riesce a chiarire.

 Claremont era avanti 25 anni, forse anche 50. Ricordando infatti le sue caratterizzazioni femminili, non stupisca che x-chris non avesse gia pensato ad esplicitare quello che Alan Moore aveva già fatto trapelare in tutte le sue storie. Claremont si era spinto però in un settore inesplorato: una cosa è la Vertigo, una cosa è la marvel. Tra l’altro la testata più in voga all’epoca. Rest is history. Litigata, abbandono. Mystica è bisessuale. Tenendo conto però che la bisessualità è cosa assai diversa dall’omosessualita’. Tutto questo nei lucenti anni 90. Oggi il contrario. Quindi permettetemi un attimo di disappunto, lo stesso che provai all’epoca. 

Non mi convince la fioritura dell’omosessuale perche’ mi appare simile ad un outing commerciale, un voler liberalizzare qualcosa di naturale, di voler supportare cose che non erano neanche pronunciabili in una striscia. Appare più coerente spraylitz o in qualche senso la cara legs weaver che non hanno mai celato la loro predisposizione omo, piuttosto che infarcire le storie con outing poco credibili. Tra l’altro il fenomeno outing è qualcosa di distruttivo per colui che lo fa. Per anni celato sotto una coltre di perbenismo, si fa quella rivelazione che distrugge ogni tipo di rapporto. Tutto diventa amaro, con il sapore di non accettazione o di costrizione.

Tutto ha un sapore di vincolo e non di libertà. Quello stesso vincolo che la povera mystica ha subito per decenni. La sessualità è una delle parti della vita, ne la più importante ne la meno. Come mangiare o defecare. Quello  che ognuno fa nel letto è affar suo. La paura di essere è pericolosa. Questo manifestare la presenza dell’omosessualita’ nel fumetto americano, dopo decine d’anni che il resto del mondo fumettistico sembra avergli dato lo spazio che merita senza copertine o discussioni shock, fa tanto outing bigotto,  necessità di cassa o desiderio pseudo politically correct. Si dirà che oggi si afrronta il problema ma permettetemi una riflessione. Se dico che i neri sono uguali a noi, la percezione della frase non è relativa alla presunta eguaglianza, ma si basa sul fatto che ci sono i neri e noi. Se c’è l’omosessuale con i diritti dell’eterosessuale allora ci sono due gruppi. 

Ma se non esistono i gruppi o gli esempi o ancora peggio, gli eroi.  Di essere una eroina Rosa Parks  se lo sarebbe risparmiato e ce lo saremmo potuto risparmiare tutti se Rosa Parks non fosse stata riconosciuta nera da un gruppo di bianchi. Se infatti, non esistessero bianchi e neri perché nessuno  si fosse posto il problema? 

Se Northstar non avesse avuto una bella copertina, ci sarebbe fregato della sua omosessualità? Allora il problema è da entrambi, le parti se le parti si formano o qualcuno tende a formarle. Quello che penso è che questo outing fumettistico, tardivo ed improvviso, del fumetto americano, sia sospetto e volto a confermare quel tipico paradosso bigotto americano basato sul dualismo semplice e crudo di cui la colonia di albione campa. Ma questa volta la tematica è buonista, necessariamente volta all’accettazione acritica, a quella necessaria volontà di outing che nasconde altro e che strumentalizza una scelta individuale per creare eroi e martiri, fazioni e oppositori e attirare le pagine di qualche quotidiano distratto per vendere qualche copia in più o preparare l’ascesa del brand. E questo non va.  Questo è una strumentalizzazione e immagino non faccia gli interessi di chi francamente certe cose le vive senza tante speculazioni o manifestazioni isteriche. Verrebbe da dire , none of your business nel vero senso del termine.

Fabrizio Mignacca Per pagare il mutuo, fa lo psicologo psicoterapeuta con indirizzo gestalt analitico, consulente di tribunale ,collabora con alcuni settimanali nazionali , saggista, ma soprattutto fumettaro e quando il governo deciderà di pagarlo per questo smetterà di fare le altre cose.

TUTTO QUELLO CHE DOVRESTI LASCIARTI ALLE SPALLE

Ho passato metà della mia vita ad aspettare qualcosa o qualcuno. Ogni volta ho sperato che crescendo, il mio tempo lo avrei gestito in prima persona. Ma anche gestendo quel poco che mi spetta, il resto lo devo fare in accordo con il mondo. Il mondo ha i suoi orari.     Non si sa chi l’ha decisi, ma ha i suoi maledettissimi orari. Nel momento in cui scrivo aspetto un benedettissimo treno per Roma. Il tempo si dilata all’infinito. Attendo. Eppure se penso alle tante volte che ho atteso non riesco a ricordare il tempo che si dilata. Anzi ricordo solo i momenti di cui sono agente. Più di 10 anni fa mi trasferii da casa dei miei genitori a casa mia. Portai tutta la immensa collezione di fumetti e quella delle action figures. Erano in una stanza. 20 anni di roba. E poi qui il tempo si restringe. Convivo, mi sposo, nasce mia figlia e tutta quella montagna di roba finisce in cantina. In questo mondo inconscio e sotterraneo. Tutta roba ordinatamente messa in scatoloni di cartone che assorbono l’umidità. La collezione di action figures in scaffalature.

sperando che non venga rimosso il post

E li sono rimasti fino alla scorsa settimana. Intanto la cantina in questi anni ha visto accumularsi roba che non trovava più spazio in casa fino a seppellire ogni speranza di accesso alla stanza. Per anni ho pensato che in quella cantina ci fosse qualcosa che mi apparteneva, sospeso, in un limbo strutturato, ammassato sotto chili di mondezza. Il pensiero di aver perso qualcosa. Di aver lasciato un segno indelebile che mi ritornava. La vita delle persone si trasforma , ma quello che è stato in passato è un tassello per quello che è oggi. Nessuno si scopre altro da se stesso.     Per anni ho preferito lasciare tutto lì, come se potessi cancellare una parte o farne a meno. Dopo anni di noncuranza, nella speranza che una cravatta addosso fosse abbastanza per dimenticare che giocare fa parte del mondo degli adulti, ho dormito il sonno di chi perde i suoi sogni, li riconosce negli altri più giovani e con il ghigno dell’invidia ha visto altri gioire di quelle piccole cose che rendevano felice anche me. Troppo vecchio. Eppure qualcosa ritorna sempre. Meno viene integrato più diventa oggetto scisso e perseguitante. Superati i 40 si scavalla, ma a breve saranno 41. Per cui la settimana scorsa mi sono deciso e con impeto barbaro ho pulito la cantina. Neanche fossi il protagonista di toy story, era tutto ancora la. Con tanta polvere. I cartoni sono ancora dentro l’armadio ad 8 ante che contiene la collezione. I fumetti non sono invecchiati, ma a sfogliarli si sente il rumore di 20 anni fa. La stessa carta che non è quella di oggi, la colla invecchiata, le copertine lucide che si sono leggermente attaccate l’una all’altra. Circa 20.000 albi che giacciono intonsi, spesso in plastica protettiva.     Ed ogni albo racconta una storia diversa che non è nelle pagine, ma parla del luogo dove l’ho comprato, con chi ero, quando e’ successo, che cosa stavo facendo. Ognuno di loro. E qui l’inghippo: La sensazione è stata sgradevole, molto spiacevole, quasi amara. La dura verità è che qualcosa non funziona più. È finita. Non sono più io. Quella roba non appartiene più a me. È carta e ricordi. Nulla di più. Che ci sia scritto 1989 o 1992 o 2000, non ha importanza, il tempo che era dilatato si è ristretto. Per tanti anni mi sono fatto scudo della roba accatastata per non prendere in mano la realtà.     All that you leave behind. Ed allora perché se 20 anni sono passati, ho messo mano alla cantina, alla collezione di fumetti e di action figures? Perché ora? Il motivo non supera il metro e mezzo. Vicino a me, ad aiutarmi, spesso a fare confusione più che ordine, avevo la mia bimba di sette anni. Fan dei vendicatori, con tutti i suoi sogni di vestirsi da vedova nera. Cosplayer a tempo pieno. Con gli occhi al cielo a vedere tutti quei giocattoli. Meravigliata e stupita da tutte quelle storie di carta, ordinatamente riposte dentro il cartone. Quelle storie che erano lì ad aspettare lei e che in mano sua racconteranno ancora dei protagonisti che un giorno hanno raccontato a me le loro vite, regalandomi il gusto della meraviglia e la speranza che comunque non importa, basta che funzioni, quella meraviglia che vedo nei suoi occhi.     Ed in mano di Camilla, sette anni, quelle action figures hanno raccontato e raccontano le storie dei giornalini, l’hanno allargate e ne hanno dato nuove versioni, hanno parlato di nuovo ed alla fine hanno dato un finale inaspettato: i buoni ed i cattivi sono diventati tutti amici. E poi, meraviglia delle meraviglie, hanno chiamato anche me tramite lei. In due, padre e figlia, ci siamo raccontati Dylan Dog, Sandman e Hulk, gli Xmen e Superman, fino un giorno ad arrivare a Moebius e Andrea Pazienza e forse più in là, dove lei bambina deciderà di andare.     Oggi più che mai, nelle mani di chi ne sa dare il giusto valore, quei giornalini ricordano forse che non esiste un momento giusto per essere adulti o bambini, ma che gli spazi, se opportunamente organizzati, dilatano il tempo, ci danno ricordi e danno senso alla vita al di là della cravatta. Poi vanno lasciati andare, a qualcun’altro che ne trasformi il cumulo in meraviglia….. Ancora ed ancora. 

Fabrizio Mignacca Per pagare il mutuo, fa lo psicologo psicoterapeuta con indirizzo gestalt analitico, consulente di tribunale ,collabora con alcuni settimanali nazionali , saggista, ma soprattutto fumettaro e quando il governo deciderà di pagarlo per questo smetterà  di fare le altre cose.

ORA TI PSICANALIZZO IL SUPEREROE

È un gioco divertente. Questo è. Può essere solo un gioco dal momento che analizzare un supereroe è come prendere le distanze da qualcosa che già di per se ha un valore estremo, assurdo, impossibile. Di volta in volta si gioca all’analisi del supereroe, delle sue motivazioni consapevoli ed eventualmente di quelle inconsce.

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Roba forte…

Ma prima bisogna incorniciare la questione stabilendo dei postulati che possono limitare un percorso analitico.

  1. I comportamenti umani e le loro motivazioni superficiali ed in profondità hanno un senso in quanto sono una espressione di vita reale. Il supereroe è per definizione irreale. Cioè non può esistere se non nel suo mondo. O meglio, il suo mondo è irreale e permette a lui di esistere.
  2. Al di là degli autori che l’hanno interpretato, il supereroe è se stesso, frutto di anni di sviluppo immobile, nel senso che la sua età anagrafica non varia ma la sua esperienza autobiografica no. Le esperienze lo mutano, anche se avrà sempre 35 anni: Un sogno insomma.
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    Possibile che tutti gli psichiatri dei fumetti siano gente di secondo piano?

  3. Le dimensioni categoriali dell’umano vivere non si applicano al supereroe. Spazio e tempo lo attraversano senza intaccarlo. Nello stesso mese può comparire contemporaneamente in posti diversi del suo mondo e non risentire di tali spostamenti.
  4. I rapporti personali del supereroe sono stabili e fatti al 90% delle stesse persone, nel senso che non esiste nessuno che non possa ritornare se è nella dimensione di comprimario. Vale la regola tipica degli dei… finchè c’è qualcuno che ti ricorda non puoi morire mai veramente.
  5. I Supereroi veri hanno una loro testata e quindi non muoiono mai. Se la testata si chiude possono andare in ibernazione, ma al momento giusto possono risorgere. Questo fa di loro personaggi più simili ad esempi biblici che a esseri umani.
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    Per quanto? il tempo di un rilancio…

  6. Ogni modificazione stabile in un supereroe è instabile. Tutto si trasforma per non cambiare nulla. Si intenda, un supereroe ha una sua vita privata, si può sposare o perdere un parente o qualcosa che abbia come cornice di senso “PER TUTTA LA VITA”. Ma non è così. Per tutta la vita dura il tempo del consenso del lettore, cambiamenti sociali, nuove mode emergenti, shot per il rilancio, allargamento del target, focus group e robaccia da analisti di marketing.
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    ed io che avevo invitato solo parenti….

  7. Il mondo del supereroe non è quello in cui vive, come essere di carta, ma è quello dei lettori che lo seguono e da qualche tempo, come medium allargato, a fasce di pubblico totalmente disinteressate ai fumetti. Il supereroe si deve adattare a questo mondo e riconfigurarsi attraverso uno sforzo che sia comprensivo del suo non perdere l’identità. Ad esempio Nick Fury diventa nero e pelato, Johnny Storm anche. Lo chiamano Effetto Obama. Non vuol dire quindi che ci sono tanti lettori neri da catturare, ma che al bianco, possibile acquirente del prodotto Marvel, piace il cioccolato. E va bene così outing inclusi.
  8. C’è un discorso più tecnico riguardante l’impostazione del discorso psicanalitico. La psicanalisi non è una teoria, ne un metodo, ma un riferimento in cui gli elementi hanno un valore relativo, soggettivo ed oggettivo. In parole povere non si può parlare di corpus metodologico, ma di una impostazione in cui ogni cosa ha un suo senso specifico. Va da se che un supereroe, in quanto super sia una estremizzazione più simile ad un dio che ad un essere umano. Il suo potere è extra terrestre non nel senso di alieno, ma al di fuori dei canoni “terrestri”. Un supereroe è più vicino ad un archetipo che al resto, ovvero ad una figura astratta estrema e collettiva, in quanto comune in ogni cultura. In altre parole il supereroe è la manifestazione di come il simbolo dell’archetipo si trasforma nella cultura occidentale. Nelle altre culture l’archetipo si trasforma in maniera diversa proponendosi come un simbolo. Nella sua struttura collettiva, l’identificazione con un archetipo rappresenta un atto così estremo che si potrebbe configurare ad esempio con un comportamento così estremo da rappresentare una azione folle. Cerco di spiegare l’inspiegabile: penso di essere Superman, sono Superman, sono identificato tanto con il simbolo “Superman” che posso volare. Volo e mi schianto. L’idea di essere Superman è un delirio ma solo perché  Superman invece è un simbolo di una manifestazione altro da se. Quando Superman diventa reale allora chi pensa di essere Superman è matto perso. Sembra una cosa scontata ma non lo è soprattutto per chi ha  pratica di lavoro con i reparti di psichiatria.
  9. La maschera è necessaria al supereroe per permettere di gestire la scissione psicotica inerente alle due identità. I primi supereroi sono tutti mascherati. Essi sono la manifestazione fantastica dei propri creatori che si configurano come altro da se appunto. Bon Kane è Batman, Joker e compagnia. Stan Lee è Mister Fantastic, così come da adolescente è L’uomo ragno. Discorso a parte per Superman che è un contenuto alieno, o alienato, cioè totalmente scisso. In particolare Stan Lee ha spesso ribadito che le sue idee nascevano da ciò che la gente rifiutava a priori. In particolare l’uomo ragno è da una parte figlio del terrore di contaminazione dell’epoca e dall’altro l’idea di qualcosa che facesse ribrezzo ma potesse diventare una risorsa unica. Chi ama un ragno? L’idea che un ragno fa ribrezzo. In senso analitico rappresenta una parte rifiutata che viene recuperata ed integrata per essere una risorsa, una manifestazione divina. La maschera compensa il passaggio o la transizione tra il rifiutato Peter Parker ed il rifiuto dell’insetto. Spiderman è il compromesso che manifesta l’eccezionalità del connubio. Piace ai teenagers, ma è ripudiato dagli adulti (esplicative le reazioni di Zia May ad esempio).
    adesso glielo dici che l'hai sempre saputo?

    adesso glielo dici che l’hai sempre saputo?

  10. La psicanalisi da sola può affascinare, ma ogni tipo di discorso che abbia “psic” nelle sue premesse deve avere una struttura. La struttura viene data dalla psichiatria, o meglio, dalla diagnosi psichiatrica e dalla definizione che stabilisce il grado di scissione psicotica. Il concetto di “Io”. L’Io è il grado di consapevolezza delle proprie azioni nel mondo e la consapevolezza delle reazioni che suscitano. Naturalmente il concetto, pur facendo riferimento alla dinamica delle azioni, si basa su una concezione statistica. Esempio: Hulk è consapevole del casino che combina quando si prende a mazzate con Abominio? No. Bruce Banner ne è consapevole? Si. Anche troppo, ma non può porre rimedio perché tanti sono i sensi di colpa che per gestirli deve “scindersi in Hulk”. La cosa va approfondita.
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    Che botta…

  11. Questa storia della psicanalisi per supereroi è roba già fatta. C’è pure un minilibro. Sembra però più satira che realtà. Non è chiaro però l’ ”epifania” contemporanea del supereroe. Non sono mai stati così universali e famosi. I loro film tirano milioni di persone e sembra, diano speranza. Evidentemente c’è qualcosa di universale che sta diventando vero, qualcosa che sembra un lontano eco che sta ritornando. Ma da qui in poi, il discorso è aperto.image008


Fabrizio Mignacca Per pagare il mutuo, fa lo psicologo psicoterapeuta con indirizzo gestalt analitico, consulente di tribunale ,collabora con alcuni settimanali nazionali , saggista, ma soprattutto fumettaro e quando il governo deciderà di pagarlo per questo smetterà di fare le altre cose.

Controversy Creates Cash

L’ho letto. Mi ci sono messo. Ci sono stato parecchio. Ha qualcosa di non comune Zerocalcare. Si fa leggere con una facilità che è tipica di chi sa come impostare una pagina. Questa è roba che non si insegna: saper raccontare.

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Non importa se ci si trova a farlo in un fumetto, in un libro in un quadro o in una performance, saper raccontare vale il prezzo del biglietto. Qualche anno fa ci stupimmo del cachet dato a Roberto Benigni per il racconto dei Dieci Comandamenti. In una Italia legata al facile allarmismo ed ai mille capitani di ventura che promettono salvezza perenne, sembrava ovvio criticare mamma Rai di aver dato, in tempi di crisi, tanti soldi a qualcuno per un racconto che pare tutti conoscano bene vista la natura cattolica della popolazione. Ma qui è la questione.

Gli ultimi studi dell’Ocse parlano chiaro: “[…]Per quanto riguarda le capacità espressive e linguistiche l’Italia (27,7%), insieme alla Spagna (27,5%), è agli ultimi posti della classica. […]Gli italiani (31,7%) sono gli ultimi della classe anche nel ‘far di conto’, insieme a spagnoli (30,6%) e statunitensi (28,7%), mentre i primi della classe sono giapponesi (8,2%), finlandesi (12,8%) e cechi (12,8%)”. La cosa interessante è che ci viene attribuito il 70% dei beni culturali del mondo. Benigni non fa un lavoro di racconto soltanto, ma di trasduzione di una risorsa volgarizzandola e rendendola disponibile a tutti al di là della struttura biblica che la rende per definizione ermetica. La serata porta 9 milioni di persone a seguire il racconto. Benigni rende fruibile qualcosa che è dogmatico. Piace a tanti, circa ad 1/3 del pubblico televisivo. Ma ci si sofferma su quanto gli hanno dato. Sfugge quindi la cosa importante: qualcosa che tutti sanno, che tutti danno per scontato, che c’entra poco con la prima serata di Rai Uno, viene seguita da circa 1/5 degli italiani. Gli italiani sono sempre gli stessi dei dati Ocse però. Qui la capacità di Roberto Benigni di guadagnarsi ogni santo centesimo. Saper raccontare non è da tutti. molto pochi sono quelli che si possono fregiare di una capacità oratoria tale da rendere lo scontato, straordinario. Questo vale il prezzo del biglietto. Rendere la cultura, l’esperienza, la storia, disponibile a tutti. La scuola non lo fa (e non l’ha mai fatti se non i rarissimi casi), l’università si trastulla l’organo nel suo vuoto narcisismo da Ancien Règime, la famiglia spesso demanda ad altri (non sempre), sostituendo alla crescita individuale il pagamento del mutuo. Da qualche decennio anche la stessa arte ha smesso di trasmettere qualcosa perdendosi dietro frustini e vampiri ambigui, performance fini a se stesse ed una necessità spiccata di giustificare se stesso in uno slancio Epicureo.

In tempi di tempesta ogni buco è porto come disse Rocco Siffredi, che in una società di Viagra ha assunto la dignità di Pasolini nelle sue massime. Zerocalcare è un porto. Quasi tutta la sua produzione si fa leggere con una facilità tipica di chi sa raccontare.

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Solo questo vale il prezzo del giornalino. Certo forse sarà l’evoluzione del simbolo, la sua trasformazione, ma le storie di Zerocalcare non raccontano nulla di nuovo. Sembrano quasi romanzi autobiografici con qualche graffio di  unicità. A metà degli anni ’90 venni folgorato da Enrico Brizzi e dal suo “Jack frusciante è uscito dal gruppo”. Mi piaceva da morire quel modo pulp di scrivere, pieno di riferimenti infantili anni ’80. Ermetico per chi non aveva 10 anni nel 1980. Sgrammaticato e semplice con pagine veramente poetiche. Ma poi nulla che non fosse stato già fatto. Mi piaceva la capacità di raccontare (poi un pochino persa dietro alla necessità di autocitarsi negli altri libri). Non ho mai capito se la tipa se la fosse ripassata, ma poco importava. La corsa finale in bicicletta era roba forte.

Zerocalcare ha questa dote. Le prime opere mostrano tutto questo. Zerocalcare tiene talento. Autocelebrativo di rimessa, simpaticamente controtendenza nella tendenza, con una buona capacità di autocritica sinanco ad avere il coraggio di gettarsi in tutte le sue inadeguatezze con un coraggio che pochi hanno, persi dietro l’assegno che gli arriva regolarmente a fine mese dopo anni da fame.

Ma il peggio che gli poteva capitare è quello di essere divenuto una specie di icona (suo malgrado) contemporanea tale da muovere le colonne dei giornali nazionali (già abbastanza sintomaticamente colpiti dalla incapacità di essere originali). Per quanto egli rifiuterà per tutta la vita ogni definizione, ormai va di moda e questo gli potrebbe impedire la prima cosa fondamentale per chi racconta: Evolvere la propria intimità.

Chissà se ha capito che il chiaro rifiuto della giacca con le iniziali ed i gemelli, lo ha fatto diventare un prodotto di tendenza tanto quanto 50 sfumature di grigio. Quel suo look non look, quel modo di graffiare la tavola, in maniera scorretta e sporca, ma così dinamica, quel suo vago citare Andrea Pazienza mascherandolo con il nichilismo di Joe Strummer, molto più ricercato del nichilismo di Johnny Rotten o di una versione del giovane Holden post punk, quei riferimenti stile Sonny Curtis mischiati con lo straight edge: una coincidentia oppositorum tipica dei prodotti iconici del terzo millennio stile salotto di Serena Dandini. Nonostante tutto il mainstream gridi alla maturità dell’autore, non è chiaro se l’evoluzione sia quella di scappare dalle definizioni altrui condizionate da un mercato editoriale asfittico. Prendo come esempio “con il cuore a Kobane”.

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…evviva il comunismo e la libertà…

L’ho letto tutto d’un fiato. Solita magistrale conduzione del racconto. Ti porta a pisciare senza rendersene conto. Dialoghi efficaci, ben scritti. Ma poi più andavo avanti e mi dicevo… 31 anni? A quando una famiglia? Ma poi ho capito che la famiglia non c’entrava. Le altre storie che avevo letto non erano così ridondanti, così celebrative, così partecipate e non vissute. Dentro le vignette c’era lui, il suo malessere, le sue aspettative, ma erano dentro un impianto infantile, un racconto ben fatto, non certo di grande originalità, in cui si pone in luce critica lo sviluppo di una personalità complessa. In questo Zerocalcare citava indirettamente quel magico filone dei grandi autori anni ’60 e ’70, la loro presa di coscienza, la loro libera espressione e gli spazi che venivano gestiti con una crescita continua. Non solo Andrea Pazienza, ma Magnus. Ma poi Kobane. Ed allora mi sono chiesto cosa mi mancasse per sentirlo. A 31 anni Zerocalcare ha fatto sicuramente tante esperienza, ma manca una in particolare: 12 mesi da militare. Fare il militare non vuol dire marciare o sparare o stronzate del genere. Fare il militare con la leva obbligatoria  significava perdere per 12 mesi la propria libertà. Perdere la propria individualità, entrare in uno schieramento ed essere un numero. Niente icone o sprazzi di espressione. Ricordo ancora nitidamente la sera in cui arrivai a Viterbo quasi 15 anni fa. Ricordo il piazzale e le centinaia che eravamo. Ricordo un Aviere scelto VAM (corpo speciale Aeronautica Militare), uno che era lì a fare l’istruttore. Ricordo le sue parole senza scampo. Per articolo costituzionale eravamo costretti a farci 10 mesi di qualcosa di ingiusto. Notai il tono della voce anche rassegnato. E notai quel :  “quindi rassegnatevi”. Nella mia famiglia tutti abbiamo “servito”. Mal volentieri.

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Felici di andare a morire

Anzi, assolutamente controvoglia, ma nessuno ha mai pensato al “servizio civile” neanche quando ci fu la possibilità; certe esperienze servono a capire la bellezza della scelta repubblicana e soprattutto la libertà, quando ti viene tolta. Ci devi stare nella impotenza, nel tentativo di imboscarsi, di scappare sapendo che non lo puoi fare, che ci saranno conseguenze serie. Ma questo Zerocalcare dimostra di non poterlo provare quando deve andare a Kobane a “vedere” come si sta senza libertà, senza possibilità di scelta. E quel diagramma nel suo cervello che spiega il motivo della sua scelta di andare a vedere l’iniquità grida vendetta. Quello che realmente manca e che sembra comparire copioso in taluni esponenti della nuova generazione 20-30 anni in  tutti quelli (pochi per fortuna) che sfondano un ATM durante una pacifica e sacrosanta manifestazione, o che criticano senza avere soluzioni, o ai malati cronici che annunciano l’avvento del complotto mondiale. Certe cose non si fanno per solidarietà, ma per ragioni personali che non perseguono i grandi ideali. Partecipare al reality della guerra. In uno stato di assoluto visione, consapevole di “sapere” quello che anche Jung “sapeva”, Hillman scrisse il saggio “Un terribile amore per la guerra”, in cui c’è tutto quello con cui Zerocalcare graffia sul foglio in maniera mirabile. Alla fine la sua “scoperta”, l’”eureka” della sua epifania resta a qualche centinaio di metri da se… la guerra vera.

Non quella che egli copre con il cuore nel cervello. E risuonano vecchi reframe di propaganda estremista. Il bruto opposto all’eroe, l’iniquo alla solidarietà, la perfetta società di Kobane alla tirannia dell’Isis. Retorica bellica in cui si invischia senza ritegno, dando forma al sacrificio eroico di quelli che dovrebbero essere le forme ultime del super uomo di Nietzsche, che combattono per il bene contro l’oscurità del male.

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I primi a far entrare le donne nell’esercito ? la Libia di Gheddafi e la Russia di Stalin… etica del sacrificio e retorica della morte

Ed alla fine la scelta è quella delle spinte totalitarie: noi facciamo una guerra necessaria. Una guerra quasi santa. Laicamente santa, ma anche il laicismo ha i propri santi. Ci racconta la buona novella convertendosi all’etica del nuovo partigiano. Ed il pericolo è che dentro tutto questo non si riconosca l’oscura simmetria. Guerra santa quella dell’Isis, guerra laicamente santa quella dei Kurdi (cosa che in realtà appare proprio diversa giacchè i Kurdi combattono da centinaia di anni per altro non solo contro l’Isis). Ed in tutto questo mamma Usa ci dovrebbe mettere le mani. Riaggiustare i torti. Si sente la mancanza di radici prossime e una chiara involuzione che ha qualche risvolto drammaticamente di tendenza. Si sente la logica del social network, dell’etica del buono e della sciagura del cattivo laddove questa non appartiene più neanche a chi aveva cowboys ed indiani.

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E dunque si può essere fanciulli a vita, giacchè è quello che taluni fumettisti sono, purchè lo si sappia. Purchè non si adducano le scuse più in voga mascherandole da giustizia e solidarietà. Crescere fa male. Si rischia di far ingrassare gli armadilli o di vedersi come l’unico con un volto umano ed infine magari perdere uno straordinario talento, o almeno qualcosa di quello straordinario talento, accettando la responsabilità che non tutto finisce bene. Per cui L’unica via di crescita e di evoluzione probabilmente oggi è rappresentata da quello che Zerocalcare dice di rifiutare categoricamente. Uscire dall’icona che gli hanno cucito addosso e accettando un lavoro commissionato presso una casa editrice, un bel Tex. cyrano-de-bergerac__120823224226Confrontarsi con il cartellino e poi scegliere di uscirne consapevolmente per rivelare tutta la sua sfacciata e reale superiorità di visione del mondo e quel modo abbacinante di disegnare la sua società, accettare che la guerra finisce solo quando ti rendi conto di averla dentro e che gli eroi muoiono giovani, come Paz o cento anni prima, Rimbaud.

Giovani in a Blaze of Glory emuli di Cyrano col feltro per traverso.
Fabrizio Mignacca Per pagare il mutuo, fa lo psicologo psicoterapeuta con indirizzo gestalt analitico, consulente di tribunale ,collabora con alcuni settimanali nazionali , saggista, ma soprattutto fumettaro e quando il governo deciderà di pagarlo per questo smetterà di fare le altre cose.